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Il problema dell’intrusione salina nel X Municipio

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di Danilo Ricci, geologo

Il fenomeno dell’intrusione salina all’interno degli acquiferi è ormai riconosciuto come un problema dal punto di vista ambientale, economico e sociale in Europa soprattutto per l’attività agricola. L’agenzia dello sviluppo europeo ha riconosciuto il problema come diffuso in tutte le coste europee e l’Italia è uno dei paesi dove è più serio. Può essere considerata una tipologia di inquinamento delle falde con problematica bonifica e mitigazione.

Il primo a parlare di questo problema e di come le acque marine invadono il sottosuolo nelle fasce costiere è stato De Breuck nel 1991. L’area costiera è una zona di transizione dove i processi idrologici continentali interagiscono con quelli marini giocando un ruolo critico sui fattori che potenzialmente aumentano il rischio idrogeologico. Le aree costiere sono molto sensibili ai cambiamenti dell’ecosistema.

Scheidleder, 2004

Il problema dell’intrusione salina è tipico delle falde costiere ove l’acqua del mare si infiltra spingendo via l’acqua dolce degli acquiferi freatici ed artesiani (confinata da ogni lato da rocce impermeabili). Quando la superficie di falda si abbassa per cause naturali o antropiche, l’acqua salata intrude maggiormente nell’acquifero sostituendosi a quella dolce. L’acqua dolce per la minor densità rispetto all’acqua salata galleggia senza mescolarsi.

C’è un’interfaccia ma la zona di separazione non è netta ma con una zona di transizione a salinità intermedia (il fenomeno di risalita dell’interfaccia si chiama upconing). Questa superficie è inclinata verso il basso facendo assumere una forma a cuneo (cuneo salino). Sicuramente la causa principale è antropica ed è più sentito al sud (per questioni climatiche) e dove c’è un’alta densità di popolazione.

Il processo di intrusione è spesso concomitante all’emungimento di acqua da una falda costiera che modificando l’equilibrio esistente richiama acqua salata in direzione dei pozzi. Emungimenti importanti (sovrasfruttamento) d’acqua di falda sono infatti responsabili di un’inversione del naturale gradiente idraulico da monte a valle con la conseguenza che il deflusso sotterraneo ha luogo dalla costa all’entroterra dove sono posizionati i pozzi (l’acqua salata ha quindi la possibilità di intrudere maggiormente nell’entroterra). Condizioni metereologiche, prelievi e rilasci incontrollati, dispersione di acqua di marea che risale i fiumi e le caratteristiche geomorfologiche del sottosuolo possono innescare o aggravare il fenomeno.

a) misura salinizzazione Tevere, b) paleolaguna di ostia c) settori di acquifero ad elevata salinità (da carta idrogeologica Roma)

L’intrusione è un problema grave non solo per l’inquinamento delle acque sotterranee ma anche perché può innescare con salinizzazione dei sedimenti una maggiore subsidenza (abbassamento per compattazione e peso del suolo) e dei collassi. Si può quindi definire anche contaminazione salina. La dinamica di salinizzazione è particolarmente sensibile alle variazioni di portata dei fiumi e ai livelli idrometrici della rete di bonifica mantenuti dagli impianti idrovori e alle condizioni climatiche. Nelle aree bonificate soggiacenti al livello medio del mare, la superficie freatica viene mantenuta artificialmente depressa mediante idrovore mentre le zone ad alta permeabilità (paleocanali, paleoalvei) favoriscono il processo di salinizzazione.

Dobbiamo fare i conti anche con i cambiamenti ambientali dovuti al riscaldamento globale che modificando la distribuzione stagionale delle precipitazioni impedisce un corretto recupero della falda e il conseguente innalzamento del livello del mare. Le precipitazioni concentrandosi in periodi ristretti si perdono poiché il suolo non riesce a drenare le acque che scorrono in superficie non andando a ricaricare (e costituendo anche un ulteriore fattore di pericolo idrogeologico). Si aggiungono poi motivi naturali come l’intrusione laterale, la dissoluzione di evaporiti, la contaminazione con acque salate fossili, aerosol marino e l’intrusione lungo i fiumi. Nonostante le piogge possano sembrare nel complesso invariate, le falde si abbassano anche per l’aumentato sfruttamento. Da non sottovalutare l’inquinamento e l’eccessiva cementificazione del suolo. È ormai un problema sentito poiché i cambiamenti climatici (IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change, raccomanda una gestione ottimale per contrastarli) e l’aumento della popolazione rendono gli acquiferi una risorsa vulnerabile e non illimitata, che devono essere tutelati dalle amministrazioni (per competenza comuni, province, regioni, consorzi di bonifica, magistrato delle acque).

Analizzando gli annali delle precipitazioni è possibile valutare i mesi di minor ricarica dell’acquifero e quando questo è in sofferenza. In questi mesi andrebbe controllato il prelievo per non sovrasfruttare la falda. E’ possibile anche valutare i mesi in cui sono concentrate le precipitazioni valutando sia il rischio idrogeologico sia il periodo in cui, adottando le specifiche soluzioni, si può artificialmente cercare di far ricaricare la falda in maniera da immagazzinare il surplus di acqua che altrimenti i suoli, vista l’abbondanza delle piogge, non sono naturalmente capaci di assorbire.

È così visibile anche una differenza tra la zona litorale e l’entroterra del municipio, in relazione alle precipitazioni ed ai giorni di pioggia e la variazione climatica nel corso degli anni. È possibile notare che negli ultimi anni le precipitazioni sono aumentate, i mesi più piovosi sono gennaio febbraio, novembre e dicembre mentre nei mesi di luglio e agosto c’è la totale assenza di precipitazioni. Negli ultimi anni nell’entroterra le precipitazioni sono aumentate rispetto alla costa.

Da carta idrologica Roma

Un aspetto da considerare che aggrava la situazione è il fatto che lungamente (dal tempo degli antichi romani) e fino a tempi relativamente recenti il territorio è stato usato come salina. Lo stagno di Levante o di Ostia ne è un esempio collegato al mare tramite il canale dei Pescatori, che oggi costituisce una via preferenziale insieme a tutti gli altri canali di bonifica collegati al mare per la sua risalita e conseguente salinizzazione. Tutto il municipio ricade in un’area soggetta al problema dell’intrusione. Ad Ostia antica la salinizzazione è dovuta a scambi fluviali laterali, poiché la risalita di acqua marina interessa, partendo dalla foce del Tevere, il tratto degli ultimi 8 km. Inoltre essendo qui la falda a 2-3 metri di profondità e alcune zone sotto il livello del mare (come l’area archeologica) in caso di piogge intense ci sono rischi di allagamenti. La bonifica del nostro territorio ha senza dubbio accelerato il fenomeno in quanto la laguna funge da barriera idrostatica. Il pompaggio causa subsidenza, ossidazione dei terreni torbosi e quindi salinizzazione. Anche la ventilazione è da considerare poiché nel nostro territorio i venti spirano in modo da contribuire all’innalzamento del livello del mare.

Fig. Assetto idrogeologico del settore sinistro del delta del Tevere (Mastrorillo, 2016)

L’area di Castel Porziano è stata attenzionata da vari studi tra cui il progetto S.I.T.A.C (tra i suoi compiti c’è anche lo studio delle acque sotterranee) in collaborazione con l’università di Roma Sapienza. Una serie di analisi servono per capire lo stato dell’intrusione e sarebbe necessario aggiornarle per monitorare l’evoluzione del fenomeno. È stato affrontato anche il problema dal punto di vista vegetazionale, soprattutto per quanto riguarda la pineta che funge da effetto barriera per l’aerosol marino. Non è possibile una soluzione univoca ma è necessario un approccio integrale.

Uno dei possibili interventi si può effettuare tramite la ricarica artificiale (tra le soluzioni è considerata la migliore). È quel processo mediante il quale l’acqua superficiale è introdotta sottoterra tramite la diffusione in determinate aree superficiali, l’uso di pozzi di ricarica o attraverso cambiamenti delle condizioni naturali, fino a migliorare l’infiltrazione con lo scopo di riempire l’acquifero o comunque aumentare il livello piezometrico ma anche di contrastare la subsidenza. Viene anche chiamata ricarica pianificata. E’ un modo per immagazzinare acque sotterranee quando c’è eccesso d’acqua superficiale. Non è però ancora regolamentato. Esistono varie metodologie di ricarica artificiale. Il tipo applicabile dipende da fattori geologici, geografici, biologici e orografici. E’ necessario un monitoraggio per valutarne l’efficacia.

Fig. Modelli idrogeologici di ricarica artificiale (da Report Warbo)

Oltre ai pozzi è possibile l’utilizzo delle acque grigie (ci si aspetta una depurazione velocizzata) e di bacini di ricarica. Acque si possono recuperare da desalinizzatori, ma in Italia sono fortemente osteggiati, mentre le acque reflue potrebbero essere utilizzate per l’irrigazione. Il metodo di ricarica attraverso vasche di infiltrazione appare efficace per mitigare la salinizzazione dei suoli e della falda oltre a poter fornire un valido supporto per la mitigazione del dissesto idrogeologico. Inoltre si può abbinare a questo metodo la fitodepurazione delle acque oltre a ripristinare zone umide in aiuto alla rinaturalizzazione e alla biodiversità. Queste diventerebbero anche aree di svernamento e punti strategici per l’avifauna migrante e non, nonché siti di riproduzione. Un esempio è costituito dall’Oasi della Lipu e un possibile intervento potrebbe essere la ricostituzione del laghetto un tempo presente a Bagnoletto. Anche una foce cementata (vedi Tevere) favorisce l’intrusione che sarebbe contrastata con la sua rinaturalizzazione.

Altri interventi riguardano la realizzazione di una paratia mobile alla foce dei fiumi (quella sul fiume Brenta ha avuto un costo di 15 milioni), al fine di ostacolare la dispersione di acqua marina che risale, con la marea, le aste terminali di fiumi e canali, ma non tutti sono d’accordo sull’efficacia e tra tutti i metodi è forse il più costoso. Si può usare una barriera geoelettrica con elettrodi energizzati inseriti nel terreno, ma questo metodo non è mai stato usato in grande scala. I canali in genere aperti al mare aumentano l’intrusione.

Una soluzione sono le serrature o davanzali fondo (per il caso del canale dei pescatori forse potrebbe essere anche utile per attenuare l’insabbiamento o, comunque, se non possibile direttamente alla foce potrebbe essere realizzato più internamente, poiché dopo il ponte che porta alla pineta non è più utilizzato per la navigazione) che consentono lo scarico in inverno dell’acqua in eccesso e fermano l’acqua salata in estate. La ricostituzione degli apparati dunali mitiga poiché sono luoghi dove si concentrano lenti di acque dunali.

Da non sottovalutare la sensibilizzazione della popolazione tramite adeguata campagna di informazione. Sicuramente è necessario regolamentare l’estrazione: in Oman il governo già dal 1995 ha fatto questo mostrandosi efficace. Incrementare le aree di infiltrazione delle piogge, frenando la cementificazione e la perdita di suolo, magari andandolo a recuperare la dove si riscontrano abusi edilizi.

Una parziale ricostituzione della laguna preesistente andrebbe a contrastare il fenomeno oltre a diventare zona di svernamento per l’avifauna, zona di ripopolamento, attrazione turistica e potrebbe anche fungere come strumento antincendio. Anche la sostituzione della pineta con specie autoctone migliorerebbe la situazione (come sta avvenendo secondo un programma nell’Oasi Wwf del bosco di Patanella). Altro aspetto da non sottovalutare è il risparmio energetico, si potrebbero incentivare tutte quelle buone pratiche atte al recupero (cisterne ad esempio) dell’acqua piovana.

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