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La vita vegetale del bosco di Castel Fusano
e le sue alterazioni nei secoli

di Giuliano Fanelli, botanico

Castel Fusano, detto anche “la pineta di Ostia” rappresenta uno dei settori più importanti della Riserva Statale del Litorale Romano. Un patrimonio naturale eccezionale, con le sue 617 specie di piante superiori per non parlare della ricchissima e ancora ampiamente inesplorata flora fungina. Non gode di una buona fama, per le molte attività illecite che spesso vi si svolgono e gli incendi catastrofici che sono ricorrenti. Passeggiare lungo la via Severiana, la strada di epoca Romana che attraversa longitudinalmente l’intero parco, o fermarsi nei punti meglio conservati di foresta fa rapidamente dimenticare che questo biotopo si trova in un territorio intensamente urbanizzato e spesso degradato alla periferia di Ostia (e di Roma).

Castel Fusano ha una tipica vegetazione mediterranea sempreverde, caratterizzata da specie come il corbezzolo (Arbutus unedo), la Fillirea (Phillyrea latifolia), il lentisco (Pistacia lentiscus). Ma il clima e la vegetazione mediterranea non sono una tipologia omogenea e presentano al contrario notevoli variazioni da una regione all’altra di questo mare. Infatti, il primo punto da sottolineare nello studio della vegetazione di Castel Fusano è il fatto che la pineta, ormai in gran parte distrutta dall’incendio, ma che un tempo copriva una buona parte della superficie della tenuta, non rappresenta la vegetazione naturale dell’area ma si tratta di rimboschimenti iniziati nel XVIII secolo e proseguiti fino agli anni ’50. I pini, in particolare il pino domestico (Pinus pinea) venne impiantato sia per la capacità di prosciugare parzialmente il suolo sia per fornire una fonte di reddito attraverso la produzione di pinoli, ancora oggi raccolti nella vicina Tenuta di Procoio. La specie che definisce il climax di Castel Fusano, cioè la vegetazione in equilibrio con il clima non è però il pino ma il leccio (Quercus ilex), una quercia sempreverde diffusa in tutto il Mediteraraneo e anche sulle coste meridionali dell’Oceano Atlantico e che è particolarmente ben adattata al clima mediterraneo, caratterizzato da estati asciutte e inverni piovosi.

Nelle parti più secche del Mediterraneo, tuttavia, come in Spagna meridionale, in alcune parti di Puglia e Sardegna, e in buona parte del Mediterraneo orientale, il clima è troppo arido per le esigenze del leccio, che richiede comunque una discreta disponibilità di umidità. Al suo posto troviamo generalmente la quercia spinosa (Quercus coccifera), che domina la maggior parte della Penisola Iberica e della Grecia; nelle regioni più aride, soprattutto in Spagna meridionale e nel Mediterraneo orientale, diventano dominanti alcune specie di pini, in particolare il pino d’Aleppo (Pinus halepensis) ma anche il pino domestico (Pinus pinea). Le aree più favorevoli al pino sono caratterizzate da piovosità non superiori ai 300-400 mm annui, quelle più adatte per la quercia spinosa si attestano intorno ai 500 -600 mm annui mentre il leccio è favorito tra i 700 e gli 800 mm annui. Le piovosità di Ostia sono di circa 700 mm, e quindi altamente favorevoli per il leccio e sfavorevoli per il pino, che infatti non si riproduce se non in condizioni particolari, per esempio ai bordi delle strade dove la calura riflessa dall’asfalto crea quelle condizioni molto aride, quasi subdesertiche che il pino preferisce.

Oltre a preferire un clima leggermente più umido, il leccio instaura sotto la sua chioma un microclima particolarmente particolarmente umido (e quindi molto favorevole per i funghi) in quanto il fitto fogliame sempreverde fa ombra sul terreno e limita notevolmente l’evaporazione. Al contrario, la pineta è generalmente piuttosto aperta, la chioma dei pini lascia passare molta luce e questo rende il microclima della pineta particolarmente arido. In ragione di queste importanti differenze, gli incendi possono essere appiccati molto facilmente nella pineta mentre ben difficilmente riescono a bruciare la lecceta. Durante l’incendio catastrofico del 2000, la pineta monumentale venne spazzata via in pochissimo tempo, mentre il fuoco non riuscì a estendersi ai numerosi lembi di lecceta presenti lasciando questa vegetazione sostanzialmente intatta.

Pineta di Ostia

Se le piovosità sono superiori a 700 mm, al posto della vegetazione mediterranea si instaura la foresta caducifoglia, dominata in Italia soprattuto dal cerro (Quercus cerris) e dal farnetto (Quercus frainetto). Queste specie possono prosperare anche dove i suoli siano abbastanza umidi, e infatti nella Tenuta presidenziale di Castel Porziano, dove i suoli sono molto antichi e profondi, e quindi capaci di trattenere l’acqua, cerro e farnetto, insieme con altre specie caducifoglie comme la carpinella (Carpinus orientalsi) e il carpino bianco (Carpinus betulus), diventano dominanti, a pochissima distanza dalla vegetazione sempreverde di Castel Fusano. Ma le specie caducifoglie sono comuni a anche a Castel Fusano, perché nel parco sono presenti un gran numero di pozze più o meno grandi dette “piscine” intorno a cui si sviluppa una vegetazione umida, estremamente interessante, e caratterizzata soprattutto dalla farnia (Quercus robur), quercia tipica delle pianure alluvionali dell’Europa centrale come la Polonia e la Pianura padana e che a Castel Fusano potrebbe sembrare fuori luogo se la sua presenza non fosse legata appunto alla presenza di raccolte d’acqua. La più grande delle piscine di Castel Fusano è Piscina Torta, in prossimità della Villa di Plinio, che è stata quasi completamente prosciugata ma che conserva ancora una notevole umidità come si evince dalla presenza oltre che della farnia, di cui si osservano esemplari monumentale, anche del pioppo (Populus canescens); piccole piscine sono diffuse in tutto il territorio e tendono ad allinearsi parallelamente al mare perché si insediano preferenzialmente nelle depressioni tra un cordone dunale e l’altro,

Pineta di Ostia

Castel Fusano ha un’estensione di circa 1000 ettari ed è appartenuta a diverse famiglie nobiliari che all’inizio del XX secolo ne cedettero la proprietà al Comune di Roma, ad eccezione dell’area vicina al Canale dei Pescatori, dove sorge il bellissimo castello affrescato da Pietro da Cortona, e all’adiacente camping. Il passaggio al comune di Roma rappresentò un grave danno per l’ambiente naturale. Infatti, se la parte più interna della tenuta era occupata da piantagioni di pino e dal bel giardino all’italiana del Castello, la parte più vicina alla costa era occupata da foresta impenetrabile e praticamente intatta. Nelle riviste forestali dell’epoca viene descritta questa foresta lussureggiante, con corbezzoli di gigantesche dimensioni e liane di flammola (Clematis flammulsa) e stracciabrache (Smilax aspera) non dissimili da una foresta tropicale. Questa vegetazione selvaggia è documentata da un magnifico dipinto di Pietro da Cortona a Palazzo Barberini, in cui si vede tutta la costa di Ostia e dintorni. Tuttavia, appena svolti i sopralluoghi, i forestali iniziarono a “pulire” il bosco tagliando gli alberi “vecchi” e ripulendo il sottobosco.

Se in America il concetto di Parco come misura atta a preservare le bellezze naturali nella loro integrità era già perfettamente consolidato alla fine del XIX secolo (il parco di Yellowstone fu istituito nel 1876) e aveva anzi subito un impulso proprio in quegli anni sotto la presidenza di Teodoro Roosevelt, in Italia, paese di tradizione umanistica, la sensibilità era (ed è ancora in gran parte) ben diversa. Ancora oggi associamo la natura spontanea al concetto di sporco e a quello di pericoloso. I cinghiali che penetrano dentro Roma dalle aree boscose a nord della capitale sono temuti più degli incidenti stradali, gli alberi che cadono sono killer, come se la presenza di esemplari pericolanti fosse una colpa del vegetale e non della cattiva manutenzione, I boschi vanno tenuti puliti sennò “muoiono”. Ricordo di una gita al Cilento in cui chiesi a un locale come si faceva a raggiungere il monte e quello mi rispose che sul monte c’era il lupo che mi avrebbe mangiato. Gabbiani, cinghiali, alberi, insetti, erba alta, questo ci spaventa, mentre conviviamo tranquillamente con il benzene emesso dalle automobili e con le automobili che solo a Roma nel 2018 hanno causato 150 vittime per incidenti stradali. Anche se qualcosa sta cambiando, e se anche i forestali cominciano pian piano a concepire dei boschi più naturali, continuiamo a preferire un bel lastricato a un pezzo di natura incolta. Figuriamoci negli anni ’20 e ‘30, quando ancora c’era la malaria e il bosco vergine doveva sembrare qualcosa di infernale.

Comunque, all’inizio dell’ultima guerra il bosco di Castel Fusano doveva essere ancora molto vicino alle condizioni naturali, se non fosse che durante la guerra si rese necessario tagliare a raso praticamente tutti i boschi della provincia di Roma per assicurare la produzione di carbone di legna per il riscaldamento della città. Il fatto che i lecci di Castel Fusano siano piuttosto piccoli e abbiano molti fusti che partono da una stessa ceppaia (struttura policormica) deriva esattamente da questo singolo intervento degli anni ’40.

In conclusione, il patrimonio vegetale di Castel Fusano, anche se ha subito impatti considerevoli nel corso degli anni, è ancora di altissimo valore e rappresenta un magnifico esempio di adattamento ad una moderata aridità tipica del nostro clima e del nostro territorio.

Per chi volesse approfondire esiste uno studio: Bianco P.M., Fanelli G., De Lillis M. 2002 – Flora e vegetazione di Castel Fusano (Roma). Quaderni di Botanica Ambientale e Applicata 13: 125-181.

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