EVENTI ED AZIENDE AD OSTIA LIDO, OSTIA ANTICA, ACILIA, FIUMICINO

Memoria storica: Il sacrificio del carabiniere Romeo Rodriguez Pereira

0

di Marco Severa, Storico

Romeo Rodriguez Pereira nasce a Napoli il 29 novembre 1918 da Romeo ed Elena Masi. La sua carriera comincia nella scuola militare Nunziatella di Napoli, per poi continuare nel 1938 nell’Accademia militare di fanteria e cavalleria di Modena, dalla quale uscì nel 1940 con il grado di sottotenente dei Carabinieri.

Nel 1941 riceve il suo primo incarico da sottoufficiale. Viene nominato, infatti, comandante di plotone nel Gruppo Squadroni territoriali di Roma. Poco dopo, viene spedito al fronte per la prima volta; gli viene affidato il comando della 660ª Sezione Carabinieri motorizzata in Africa Settentrionale. L’esperienza al fronte, però, dura pochi mesi, esattamente dal 15 novembre del 1941 al 25 gennaio del 1942. In questo lasso di tempo partecipa a numerose azioni in prima linea, guadagnandosi sul campo una medaglia di bronzo al valor militare. Si ammala e deve tornare in Italia, dove assume il comando della Tenenza di Roma-Ostia e poi a quella di Roma-Appia.

L’8 settembre del 1943 è una data che segna profondamente i carabinieri in servizio a Roma. L’armistizio coglie impreparati anche loro; per lunghe giornate sono abbandonati a sé stessi e al loro destino, attendendo disposizioni che mai arriveranno dai comandi generali. Tanti di essi, sentitisi abbandonati, fuggono dalle caserme per tornare a casa; tanti altri si danno alla macchia, aiutati, vestiti e sfamati dalla solidarietà dei romani. Anche Pereira, insieme a tanti altri colleghi, si oppone eroicamente all’ingresso dei tedeschi nella capitale, partecipando ai combattimenti che seguono l’annuncio dell’armistizio, nella zona di San Paolo e della Magliana, catturando addirittura alcuni prigionieri. Dopo poco, però, i carabinieri insieme ai soldati italiani e ai civili in armi vengono sovrastati dalla forza e dalla migliore organizzazione tedesca.

Dopo questa data cruciale, quindi, i carabinieri di Roma subiscono una vera e propria caccia all’uomo, al pari degli ebrei, dei clandestini, dei soldati sbandati dopo l’armistizio e dei renitenti alla leva, tanto da esporre al rischio della vita e alla condanna di sovversivismo per i civili che li ospitano. I carabinieri, per esempio, sono considerati nemici a tutti gli effetti; sono colpevoli di essere rimasti fedeli al loro giuramento nei confronti del Re, nonostante la sua fuga.

L’ottobre del 1943 è ricordato come uno dei mesi più tragici per Roma. Se la cattura degli ebrei del Ghetto di Roma del 16 ottobre è stata raccontata nei dettagli, molto meno nota è quella dei carabinieri del 7 ottobre dello stesso anno. In questa operazione pianificata in ogni dettaglio, vengono catturati oltre 2mila carabinieri.

Il 6 ottobre, il Ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana, il Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, emette un ordine indirizzato al comandante generale facente funzioni dei Carabinieri, il Generale di Brigata Casimiro Delfini.

Il documento ordina che “entro questa notte tutti i carabinieri reali siano disarmati (…). 2) i militari dell’arma resteranno disarmati nei rispettivi posti (…) 3) gli ufficiali resteranno nei rispettivi alloggiamenti sotto pena, in caso di disobbedienza, di esecuzione sommarie e di arresto delle rispettive famiglie”.

Il motivo di questa disposizione è evitare lo sbandamento e la fuga dalle caserme dei carabinieri. Se questo fosse accaduto, essi sarebbero andati a rinforzare i numeri della Resistenza, come accaduto già dopo l’armistizio. Ufficialmente, però, dietro all’emanazione di questo ordine c’è la necessità del reimpiego dei carabinieri da Roma a Zara. Quelli a Roma, invece, sarebbero passati alle dirette dipendenze della PAI e dei militi tedeschi.

In quella mattina di ottobre, i militi delle Benemerita sono le vittime della prima grande operazione nazista sul suolo italiano. Cosi come annotato nella memoria difensiva di Delfini, vengono arrestati 28 ufficiali, 342 sottoufficiali, 561 carabinieri, 650 allievi, per un totale di 1581 militari. Molti di più secondo i nazisti; nelle fonti del Bundesarchiv si parla infatti di 2500 uomini prelevati dalla 2 Fallschirmjger Division nazista.

Tra questi, quel 7 ottobre viene catturato anche Romeo Rodriguez Pereira. Caricati sui camion militari, vengono portati immediatamente alla stazione Ostiense. I primi convogli partono da qui la mattina successiva, accompagnati nel tragitto per un tratto dal personale ferroviario italiano, scortati dai militi tedeschi. Nello specifico, non si è in grado di stabilire quale sia stato il convoglio con a bordo Pereira. Fatto sta che i treni seguono quasi tutti lo stesso percorso, passando per Chiusi, Bologna, Modena etc, per poi cambiare destinazione una volta superati i confini italiani, in base al campo di concentramento di destinazione.

Durante una sosta del suo convoglio all’altezza di Pordenone, Rodriguez Pereira riesce a buttarsi giù, a nascondersi e, una volta ripartito il treno, riesce a mettersi in cammino per tornare verso Roma.

Una volta ricomparso nella capitale, il tenente riesce a mettersi in contatto con gli altri militi alla macchia. Mettendosi in rete con i vecchi compagni d’armi, entra a far parte del Fronte clandestino di resistenza dei carabinieri (FCRC), una formazione militare clandestina nota anche come Banda Caruso, dal nome del suo comandante, il generale Filippo Caruso, da pochi mesi in pensione. Il mese successivo, a Roma viene creato il Fronte clandestino di resistenza dei carabinieri. Nonostante il duro colpo inferto dalla deportazione del 7 ottobre, le sue azioni continuano fino alla liberazione di Roma del 4 giugno 1944. Con l’ingresso delle truppe americane nella capitale, i carabinieri riprendono le loro funzioni a tutela dell’ordine e della sicurezza della città.

Il Fronte Clandestino della Resistenza dei Carabinieri risulta essere una delle organizzazioni di resistenza più numerose; dopo il rastrellamento del 7 ottobre ‘43, infatti, ha potuto contare su 4800 uomini divisi in gruppi e squadre.

La libertà del tenente, però, è destinata a durare poco. La sera del 10 dicembre, infatti, viene catturato dai tedeschi durante un incontro clandestino a cui partecipano anche il parigrado Genserico Fontana, il brigadiere Candido Manca e il colonnello Giuseppe De Sanctis. L’appuntamento è organizzato in via della Mercede 42, nella casa dell’industriale Realino Carboni. Lo scopo dell’incontro è quello di reperire delle somme di denaro da donare alle famiglie dei colleghi in difficoltà. Forse agevolate da una delazione, le SS guidate personalmente da Kappler, fanno irruzione nell’appartamento, arrestando tutti i carabinieri.

Essi vengono condotti nel famigerato carcere di via Tasso gestito dalle SS e poi al III° braccio di Regina Coeli, dove viene più volte torturato ma senza tradire nessun compagno. Per loro l’accusa è di spionaggio a favore degli Alleati e organizzazione badogliana di bande armate.

La sorte di Pereira si intreccia, fino alla fine dei suoi giorni, con quella della moglie, Marcella Duce. Marcella è romana, nata e cresciuta a via della Lungara; Romeo è un giovane tenente che aspira ad una brillante carriera. I due si sposano Il 15 settembre del ‘40, mentre i venti di guerra già stanno fischiando sul vecchio continente. Anche l’Italia è entrata nel conflitto da poche settimane. La loro vita, ormai, sta cambiando per sempre.

Marcella gli è accanto sempre, sia nella latitanza che nella prigionia. Si dice che il papà di Marcella fosse piuttosto sordo e che, a causa di ciò, non ha sentito la telefonata con cui i compagni tentano disperatamente di avvertire Pereira che il cerchio si stava stringendo.

Dopo la retata del 10 dicembre, lei, insieme alla moglie di Gianserico Fontana, Rina, cercano di corrompere il sottufficiale tedesco Arthur Kroatz, addetto alla vigilanza dei due ufficiali, per liberarli, pagando centomila lire in gioielli di famiglia. Scoperte in flagranza dal vicecomandante del carcere, vengono arrestate e imprigionate in cella di isolamento. Subiscono lunghi interrogatori e violenze psicologiche, con i quali i carnefici provano ad estorcergli i nomi e le attività svolte dal marito e dal Fronte Clandestino; ma dalle loro bocche non esce una sola parola. Nonostante le giovani età, Marcella ha 20 anni, mentre Rina 23, si dimostrano fedeli alle loro idee, condividendo insieme ai mariti la stessa sorte e la stessa sofferenza.

Prima di essere portati via per essere giustiziati, i militari vengono fatti passare davanti le loro celle. Provano ad allungare le braccia per avere un contatto fisico, l’ultimo, ma i tedeschi lo impediscono.

Marcella Duce viene liberata il 4 giugno dalle truppe americane, insieme a tutti gli altri prigionieri delle carceri romani. Alla fine della guerra viene insignita della medaglia di bronzo al valor militare. Lei dopo la guerra si è risposata e ha avuto un figlio. Ha tenuto sempre sul suo comò una foto di Romeo, fin quando non si è spenta nel 2007.

L’unica colpa di queste donne è stata quella di essere le mogli dei carabinieri. La loro storia si è persa nelle pieghe della tragedia nazionale e, proprio per questo, spesso è stata taciuta. Ma tante di esse hanno avuto un ruolo chiave nella Resistenza e nella ripresa del nostro paese.

Il 30 marzo 1944, intorno alle 13, un gruppo di una ventina di ragazzini partiti da Tor Marancia, nella zona della Garbatella, si spinge fino alle Cave Ardeatine in cerca di oggetti da recuperare. Notano un filo elettrico penzolare da una fessura situata nella parete di tufo, verso l’alto. Un paio di loro si intrufolano nell’apertura e, tra le macerie della pozzolana disintegrata dalle mine, intravedono un cadavere. Nel pomeriggio giungono in loco per un sopralluogo don Valentini, un sacerdote salesiano, e un suo amico medico, il professor Francesco Ciancarelli, che si è offerto di accompagnarlo in qualità di testimone. I due agiscono in gran fretta temendo di essere sorpresi dall’arrivo dei tedeschi.

L’aria è irrespirabile, piena di corpi sovrapposti in strati. Quelli fucilati per ultimi sono quasi in piedi, addossati ad altri che giacciono impietriti in posizioni surreali. Alcuni corpi sono stati sfigurati dalla potenza dei proiettili. La notizia della scoperta di questo luogo in cui è avvenuto il terribile massacro per l’azione di via Rasella, inizia a diffondersi in tutta la città.

I lavori di esumazione e identificazione iniziano il 27 luglio del 1944, seguiti dal Comitato esecutivo della Commissione Cave Ardeatine, dall’equipe medica del dott. Attilio Ascarelli, dal reparto dei vigili del fuoco e dal personale del cimitero del Verano. Dapprima si procede a liberare le gallerie, successivamente inizia l’isolamento e l’identificazione delle singole salme. L’esumazione dei corpi si conclude il 30 novembre. Tra questi viene riconosciuto anche quello del tenente Romeo Rodriguez Pereira.

Il sacrificio di Pereira, così come quello di tanti altri commilitoni, non è stato vano e ha contribuito a costruire la nostra memoria storica. Questo nessuno lo ha dimenticato, neanche la città di adozione. Oltre, infatti, ad essere stato insignito della Medaglia d’oro al valor Militare alla Memoria il 15 maggio 1946 con la seguente motivazione “(…) Deportato per tale suo fiero atteggiamento, riusciva a sfuggire con grave rischio trascinando in salvo molti dei suoi gregari. (…) Catturato su delazione, sebbene sottoposto a torture, manteneva assoluto silenzio, evitando di far scoprire le file dell’organizzazione di cui era l’animatore(..)”, anche il comune di Roma gli ha intitolato una delle principali vie della Balduina, nel quartiere Trionfale.

Anche Ostia, il quartiere dove ha prestato servizio, gli ha dedicato una targa nel porticato del palazzo del Governatorato, oggi sede del X° Municipio di Roma. Il suo nome è annoverato tra quelli caduti per la libertà. Anche all’ingresso della sede del Gruppo Carabinieri di Ostia, nel 1999 è stata posta un’iscrizione che riporta la motivazione della sua medaglia al valore.

Condividi

Comments are closed.