EVENTI ED AZIENDE AD OSTIA LIDO, OSTIA ANTICA, ACILIA, FIUMICINO

di Daniela Silvia Pace

Ricercatore e docente di “Conservazione e gestione delle risorse marine”
presso il Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università di Roma La Sapienza

La vita è nata negli oceani. Più del 70% della terra è coperto da acqua e la colonna d’acqua è l’ambiente più comune del pianeta, seguito dal fondo marino, ad una profondità media superiore ai mille metri. Ma quanto conosciamo di questo ambiente fondamentale per la nostra stessa vita? Cosa sappiamo del mare di “casa nostra”?

Con queste domande parte il nostro viaggio, un percorso di conoscenza ed esplorazione dell’ambiente marino del territorio, così sorprendentemente poco conosciuto. In questo primo appuntamento cercheremo insieme di comprendere meglio l’ecosistema marino e il suo funzionamento, familiarizzando con i fondali e i popolamenti biologici di maggiore rilievo che caratterizzano le nostre acque costiere.

L’ecosistema marino

Il mare, nel suo complesso, rappresenta un grande sistema ecologico in cui gli organismi vegetali e animali (ovvero la parte vivente, detta “componente biotica”) stabiliscono una serie di relazioni con l’ambiente fisico-chimico (ovvero la parte non vivente, detta “componente abiotica”) che li circonda e tra di loro.

Le associazioni di organismi, tipiche di specifici ambienti caratterizzati da parametri ambientali omogenei e composte da raggruppamenti costanti di specie animali e vegetali, costituiscono una biocenosi (o comunità); l’insieme di biocenosi e dell’ambiente fisico-chimico costituisce un ecosistema.

L’ecosistema marino comprende (Figura 1):

  •  il «benthos», ovvero l’insieme di organismi che vivono a contatto con il fondale
  •  il «necton», ovvero l’insieme di organismi dotati di movimento proprio, come i pesci, capaci di sensibili spostamenti
  •  il «plancton», ovvero l’insieme dei piccoli o microscopici organismi, animali e vegetali, che vivono in balìa delle acque

Figura 1

Il dominio bentonico

Nell’ambiente marino il dominio bentonico include tutti i fondali che si estendono dalla riva fino alle massime profondità oceaniche. Gli organismi bentonici sono distribuiti su tali fondali in diverse associazioni a seconda del tipo di substrato, della profondità e dei fattori ad essa legati (luce, salinità, gas disciolti, nutrienti, idrodinamismo e granulometria del substrato). La distribuzione della fauna bentonica non è quindi omogenea, ma varia sensibilmente e in modo spesso difficile da schematizzare. Per questo è emersa l’esigenza da parte degli studiosi di creare un modello di zonazione delle biocenosi bentoniche. Il modello attualmente più utilizzato è quello di Pérès e Picard (1964) che individua sia per il sistema fitale (=con presenza di luce) che per quello afitale (=assenza di luce) le diverse biocenosi presenti sui fondi mobili (sabbie, fanghi, ciottoli) e duri. Secondo tale modello all’interno di ciascun sistema si possono individuare dei “piani” che si susseguono verticalmente, entro i quali le condizioni ambientali si mantengono più o meno costanti. (Figura 2)

La piattaforma continentale è quell’area adiacente le terre emerse, caratterizzata da bassi fondali (inferiori ai 150-200 m) e deboli pendenze del fondo marino (tra 0.1° e 1°), che più direttamente interagisce con le attività antropiche. Qui si svolgono la quasi totalità delle attività umane quali pesca, esplorazione petrolifera, coltivazione di depositi economicamente utili, posa di cavi e condotte, smaltimento dei rifiuti, etc. La piattaforma continentale antistante le nostre coste è ampia e caratterizzata dalla asimmetria del delta del Tevere, dovuta alla deflessione del pennacchio fluviale per azione delle correnti marine. Ha una pendenza media di poco inferiore a 0.5° e il suo margine si trova a una profondità variabile tra 120 e 150 m, ove inizia la scarpata continentale.

Figura 2

Da un punto di vista ambientale è la zona in cui sono più intense le oscillazioni di temperatura e salinità e dove l’azione del mare (onde, maree e correnti) ha un effetto considerevole sulle comunità di organismi.

Le biocenosi bentoniche

La conoscenza delle principali biocenosi marine è uno strumento indispensabile per una corretta gestione della fascia costiera e nei programmi di conservazione e monitoraggio. Di particolare interesse sono le comunità bentoniche, costituite dall’insieme degli organismi che, grazie agli stretti rapporti con il fondo e ai cicli vitali relativamente lunghi, forniscono informazioni complete e a lungo termine circa le condizioni globali dell’ambiente. Mantenendo una “memoria” storica e spaziale dei fenomeni naturali e di perturbazione avvenuti nell’ambiente, possono descrivere efficacemente specifiche condizioni ambientali e sono generalmente considerate la “memoria biologica” degli ecosistemi marini ed i più adeguati descrittori sintetici dell’ambiente (Bianchi & Zurlini, 1984).

Gli apporti sedimentari del fiume Tevere determinano elevata torbidità delle acque del nostro territorio, con biocenosi tipiche delle sabbie fini fino ai 20m di profondità che includono principalmente vermi policheti e molluschi. La maggior parte di tali organismi è costituita dai “detritivori” o dai “limivori”, ovvero da quegli organismi che traggono il loro nutrimento dai depositi superficiali del fondo. Esistono però porzioni di fondale che presentano elementi di rilievo da un punto di vista biologico, per la presenza di habitat di posidonia (Posidonia oceanica) e coralligeno in corrispondenza dell’Area Marina Protetta Secche di Tor Paterno (Ardizzone et al., 2018).

Posidonia oceanica

La posidonia (Figura 3) è una fanerogama marina, una pianta superiore e non un’alga, endemica del Mar Mediterraneo che ricopre tra i 25.000 e i 45.000 km2 delle aree costiere, corrispondenti al 23% dei fondali marini ad una profondità compresa tra 0 e 45 m in acque molto trasparenti.

Fondali marini

Figura 3 (Foto di: Edoardo Casoli, Università di Roma La Sapienza)

Possiede radici, fusto (rizoma) e foglie, e si riproduce sessualmente mediante la fecondazione di fiori e la formazione di frutti e semi, e asessualmente attraverso la frammentazione dei rizomi.

I rizomi presentano la caratteristica di potersi accrescere sia in senso orizzontale che in senso verticale, in condizioni di abbondante sedimentazione, per evitare il seppellimento. La tipica formazione a “terrazzo” che i rizomi costruiscono con il loro accrescimento viene comunemente denominata “matte”. Nella parte superiore di ogni rizoma è situato l’apice vegetativo da cui si originano le foglie organizzate in ciuffi: ogni ciuffo è composto da 6-7 foglie nastriformi (la cui lunghezza varia tra i 20 e gli 80 cm. per 1 cm. di larghezza) disposte a ventaglio, con le più vecchie e più lunghe posizionate esternamente e le più giovani e più corte posizionate internamente.

Fondali marini

La posidonia forma fitte praterie di grandissima importanza ecologica poiché:

  • producono ossigeno: un metro quadrato di prateria in buone condizioni produce da 4 a 20 litri di ossigeno nell’arco di 24 ore;
  • danno luogo ad un’elevata produzione primaria: con circa 38 tonnellate di peso secco/ettaro/anno le praterie di posidonia vengono considerate come le più forti concentratrici di materia vivente del Mediterraneo;
  • sono un ambiente estremamente ricco e diversificato: il popolamento di posidonia è caratterizzato dalla presenza di fauna sessile (ovvero legata in maniera permanente al fondo) e mobile;
  • sono un’importante area di riproduzione per moltissime specie di invertebrati e pesci;
  • stabilizzano i fondi mobili e difendono le coste dall’erosione: le onde e le correnti ortogonali vengono infatti ammortizzate dall’azione frenante della matte e delle foglie, e il sedimento in transito viene trattenuto in parte dalle foglie e dalle radici.

A Tor Paterno, dove si trova dalla sommità delle Secche fino ad una profondità di circa 30 metri, forma una delle praterie più importanti e profonde del Lazio (Ardizzone et al., 2018).

Coralligeno

Il “coralligeno” (Figura 4) è una biocenosi tipica del Mediterraneo che si sviluppa generalmente in condizioni di scarsa illuminazione, a partire generalmente dal limite inferiore di crescita della posidonia, a una profondità che dipende dalla trasparenza dell’acqua. In acque relativamente torbide, come nel caso della secca di Tor Paterno, i banchi di coralligeno sono presenti già a profondità comprese tra i 18 e i 40 m (Ardizzone et al., 2018). Il coralligeno è caratterizzato dalla presenza di alghe cosiddette “sciafile”, ovvero amanti dell’ombra.

Fondali marina Ostia

Figura 4 (Foto di: Edoardo Casoli, Università di Roma La Sapienza)

Le più caratteristiche sono le alghe rosse calcaree incrostanti che, insieme ad alcune spugne, molluschi e vermi marini, svolgono un ruolo molto importante, essendo in grado di formare “biocostruzioni” di notevole estensione, che a loro volta fungono da substrato per altri organismi (Figura 5). Tale attività di costruzione è bilanciata da quella “distruttiva”, effettuata da organismi perforanti, come altre spugne o alcuni molluschi come il dattero di mare (una specie protetta presente nella secca). Il fondale a coralligeno è pertanto caratterizzato da un intrico di organismi sedentari che formano un numero illimitato di fessure ove si nascondono, o tendono agguati a tanti piccoli organismi mobili, in grado di strisciare, “camminare” o nuotare (Figura 6).

Foto 5 (Foto di: Edoardo Casoli, Università di Roma La Sapienza)

Figura 6 (Foto di: Edoardo Casoli, Università di Roma La Sapienza)

Riferimenti bibliografici

Ardizzone G.D., Belluscio A. & Criscoli A. (2018). Atlante degli habitat dei fondali marini del Lazio. Sapienza Università Editrice, Roma.

Bianchi C.N. & Zurlini G. (1984) – Criteri e prospettive di una classificazione ecotipologica dei sistemi marini costieri italiani. Acqua e aria 8: 785-796.

Peres J.M., Picard J.C. (1964). Nouveau manuel de bionomie benthique de la mer Méditerranée. Rec. Trav. Stat. Mar. Endoume 31(47): 5-137.

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