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La Salute Passa attraverso l’Acqua

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di Loretta Buonamico, Archeologa

L’acqua è uno degli elementi essenziali per la sopravvivenza di tutte le specie viventi ed infatti gli stanziamenti umani sono sempre stati condizionati dalla presenza di fonti idriche. Ostia Antica ne rappresenta un esempio concreto: sorta tra fiume, mare e stagno (il Lacus Ostiae), qui l’abbondanza di risorse idriche non ha mai difettato.

Ma di acqua era ricco anche il sottosuolo ostiense, tanto che Ostia è stata definita in una recente conferenza dall’Architetto Elettra Santucci, una “città galleggiante”, definizione quanto mai efficace poiché la falda acquifera si trovava a pochissima profondità e forniva acqua “per nulla inquinata dalla così grande vicinanza del mare”, ossia acqua dolce, secondo le parole di Plinio il Giovane che possedeva una celebre Villa sul Litorale Laurentino, a sud di Ostia.

Di questa falda acquifera si servirono i primi abitanti di Ostia per le loro necessità.

Pozzi, cisterne, acquedotti, fontane e terme nell’Antica Ostia

La città, fondata a quanto ci dice Tito Livio dal quarto re di Roma Anco Marzio, non conserva evidenze archeologiche dell’età regia, mentre ancora rimangono resti di una cinta muraria in opera quadrata di tufo, datata al IV sec a.c.

Queste mura racchiudevano un’area rettangolare (m.194 x m.125,70) ancora oggi ben riconoscibile nel tessuto urbano della città di età imperiale. Gli abitanti di questo “castrum” si rifornivano di acqua attraverso pozzi. Ne sono stati individuati circa 60 all’interno delle mura, situati lungo il cardine massimo, lungo i cardini minori e lungo le vie pomeriali. La posizione dei pozzi, tutti posti lungo gli assi viari, testimonierebbe la loro funzione pubblica.

Questi pozzi sono tutti simili tra di loro per le modalità di realizzazione, per il materiale impiegato nel rivestimento e per dimensioni. Scavati nel terreno sabbioso, erano infatti rivestiti con tufo, sempre dello stesso tipo, avevano un diametro di 60/70 cm e affioravano di poco dal piano di calpestio. (Foto 1)

Foto di Loretta Buonamico

Foto 1 – Pozzo

Inoltre, forse già alla nascita della città, era utilizzata una sorgente di acqua naturale che sgorgava all’esterno delle mura, davanti al Tempio di Ercole e che veniva denominata “Aqua Salvia”.

Ma Ostia, col crescere della potenza commerciale e militare di Roma, ben presto si espanse al di fuori della prima cinta muraria del IV sec. a.c., lungo delle direttrici viarie extraurbane che portavano verso la spiaggia e verso la foce del fiume.

Nel I sec. a.c. la città venne nuovamente dotata di un più ampio circuito difensivo che includeva anche le aree di espansione urbana. Anche in questo periodo sono sempre i pozzi ed il fiume a fornire l’acqua necessaria agli antichi ostiensi ma per i pozzi cambiano le modalità di realizzazione: il rivestimento interno è in opera reticolata e tufelli ed il puteale ha una maggiore altezza, costruito in muratura e poi anche in marmo.

Bisogna arrivare al I sec d.c., all’età giulio- claudia, per la costruzione di un acquedotto ad Ostia, costruzione probabilmente iniziata sotto l’imperatore Tiberio e conclusa dal suo successore Caligola, menzionato nelle iscrizioni sulle fistulae plumbee.

La Salute Passa per L'Acqua

Fig. 1 – Mappa di Eufrosino della Volpaia

L’acquedotto doveva avere le sorgenti lungo la via Ostiense, a nord est della città, nella zona dei Monti di San Paolo e dopo un primo tratto sotterraneo, emergeva su arcate che fiancheggiavano la strada. Parte di tali arcate erano ancora visibili nel ‘500 e sono ben riconoscibili nella mappa di Eufrosino della Volpaia (fig. 1).

Ancora nel 1802 sono descritte da Carlo Fea che nella sua “Relazione di un viaggio ad Ostia e alla Villa di Plinio detta Laurentino”, affascinante esplorazione di un territorio ancora intatto e quasi del tutto spopolato, ci descrive dei tratti dello speco e resti delle arcate ancora ben visibili e riconoscibili lungo la via Ostiense, subito dopo Malafede e poi poco prima di giungere allo Stagno.

Oggi di questo acquedotto rimangono visibili solo poche arcate, nei pressi del Borgo, perché inglobate nella facciata posteriore del palazzo vescovile, in Via Gesualdo. (foto 3).

L’acqua giunta in città, veniva poi convogliata in un “castellum aquae” (cisterna di distribuzione) messo in luce nei pressi di Porta Romana. Da tale cisterna l’acqua veniva diffusa capillarmente attraverso delle condutture (fistulae) di piombo, che correvano circa 70 cm.al di sotto del piano stradale.

Sempre sotto al piano stradale, ma ad una maggiore profondità, si trovava anche una rete fognaria molto ramificata, che probabilmente scaricava le acque reflue direttamente nel Tevere.

Foto 3 – Facciata posteriore del palazzo vescovile, in Via Gesualdo

L’acqua era considerata un bene pubblico ed infatti sulle tubature plumbee appariva l’iscrizione Colonorum Coloniae Ostiense (errore per Ostiensis). Perciò l’acquedotto riforniva in primo luogo gli edifici pubblici: le fontane, i ninfei, le terme, le latrine.

Non mancavano tuttavia anche delle utenze private, ma chi voleva rifornire di acqua la propria residenza lo doveva fare con notevole costo, allacciandosi a proprie spese all’acquedotto con delle proprie condutture. Infatti sono state rinvenute numerose fistulae che recano impresso il nome del proprietario dell’abitazione servita dall’acquedotto. Va anche notato che queste utenze private erano concentrate nei piani terra delle insulae (palazzi di più piani), sia perché qui si trovavano le abitazioni dei ceti più abbienti (al contrario di quanto avviene oggi nei nostri condomini) sia per le difficoltà tecniche di far arrivare l’acqua nei piani superiori.

L’acquedotto sembra non avesse una grande portata e perciò gli abitanti di Ostia hanno comunque continuato, anche dopo la sua costruzione, ad utilizzare sia l’acqua del Tevere, probabilmente soprattutto nelle officine artigianali e nelle botteghe, sia l’acqua di falda.

Per l’utilizzo di quest’ultima va ricordato anche un ingegnoso sistema per il sollevamento delle acque: la noria. La noria era una ruota in legno, che poteva essere azionata dalla forza umana o animale, utilizzata per sollevare l’acqua di falda. Numerose tracce ne sono state trovate ad Ostia: nelle terme del Foro, nelle Terme del Mitra e nelle Terme dei Cisiarii, dove ne sono stati rinvenuti eccezionalmente anche dei resti in legno.

Poiché gli abitanti di Ostia, in età imperiale, avevano l’acqua in casa solo se erano benestanti, per tutti gli altri c’erano numerose fontane pubbliche lungo le strade, che frequentemente ancora oggi incontra il visitatore. Le tipologie di fontane erano varie e numerose, le più diffuse erano a “bauletto” (foto 4), o a “lacus” (foto5) ma non mancavano delle fontane più monumentali come quella a “lucerna”, dove le bocchette da cui zampillava l’acqua riproducono appunto una lucerna, con sette augelli (foto6).

Anche nei caseggiati troviamo fontane ad uso comune degli abitanti dei vari cenacula (appartamenti) o tabernae (botteghe) che gravitavano attorno al cortile interno, come ad esempio nel “Caseggiato del Larario” o nel complesso delle “Case a Giardino” dove si trovano ben sei grandi fontanili nel vasto cortile del complesso abitativo (foto 7)

Foto 7 – Fontanili

Numerosi erano in città anche i ninfei (fontane monumentali) che decoravano l’ambiente urbano, lungo le strade principali: due se ne incontravano lungo il decumano massimo, prima e dopo il teatro e uno particolarmente sfarzoso lungo il cardo massimo (foto 8).

Foto di Loretta Buonamico

Foto 8 – Ninfeo degli Eroti

Ricchi di marmi e di statue erano anche i Ninfei delle lussuose domus che hanno caratterizzato le ultime fasi abitative di Ostia, a testimonianza della ricchezza dei loro occupanti.

Va comunque ricordato che in tutti i luoghi dove in antico vi era la presenza di acqua troviamo un rivestimento di opus signinum o “coccio pisto”, costituito da malta e frammenti minuti di argilla, rivestimento che rendeva impermeabili le pareti dell’acquedotto, delle cisterne, delle fontane, delle vasche termali e dei ninfei, anche se poi in alcuni casi, naturalmente, vi era un rivestimento di lastre marmoree.

Foto di Loretta Buonamico

Foto 9 – Latrina

Diffuse in città erano anche le latrine, sia pubbliche sia ad uso privato, testimonianza concreta dell’elevato grado di igiene e di civiltà raggiunto dagli antichi romani (foto 9). Quelle private in genere erano ricavate in ambienti di risulta come i sottoscala, quelle pubbliche avevano accesso dalla strada o si trovavano in luoghi di uso comune. Erano dotate di sedili in legno o in marmo, sotto ai quali si trovava lo scarico in fogna, mentre nella parte anteriore, nel pavimento, scorreva una canaletta d’acqua pulita in cui erano immersi i “tersoria” o”xylospongia”, spugne legate ad un bastone, utilizzati per detergersi.

La cosa che più colpisce il moderno visitatore di questi luoghi è la mancanza di privacy che li rendeva anche normali punti d’incontro e di convivialità. Naturalmente è assai improbabile, anche se non ne abbiamo notizia certa dalle fonti, che uomini e donne frequentassero insieme questi locali.

Il luogo pubblico dell’antica Ostia in cui troviamo maggiore utilizzo di acqua sono le terme. Ad Ostia si trovavano tre Terme pubbliche e numerosi “balnea” privati. I resti più antichi riferibili ad un impianto termale sono quelli rinvenuti al di sotto della Via dei Vigili e risalgono all’età di Claudio, ma probabilmente esistevano in precedenza anche altri piccoli impianti termali.

Le prime terme pubbliche, risalenti all’impero di Traiano, sono state le “Thermae Maritimae” (nome antico tramandatoci da un’iscrizione), che sorgevano a poca distanza dal mare lungo la spiaggia un tempo molto più arretrata rispetto alla linea di costa attuale. Queste Terme sono rimaste in uso fino ad epoca tarda, almeno fino agli inizi del VI sec.d.c. probabilmente perché collocate lungo l’asse viario della Via Severiana, anch’essa ancora in uso almeno fino ai primi secoli dell’Alto Medio Evo.

Di poco successive sono le Terme del Nettuno, all’inizio del decumano, tra la Porta Romana ed il Teatro, che risalgono all’età di Adriano, e conservano alcuni dei più bei mosaici di Ostia Antica.

Le Terme del Foro vennero invece costruite da Marco Gavio Massimo prefetto del pretorio di Antonino Pio, proprio nei pressi della Piazza, cuore religioso e politico della città.

Le terme pubbliche erano dotate di spogliatoi (apoditheria), di un ampi spazi aperti per gli esercizi ginnici (palestra), di locali dove fare la sauna (laconica, tepidaria), e dove fare il bagno caldo (calidarium) e il bagno freddo (frigidarium).

I numerosi banea privati, ossia terme di dimensioni più ridotte, situati ai piani terra delle insulae, erano destinati spesso a particolari categorie di utenti, come ad esempio quelle dette “dei Cisiarii”, cioè i carrettieri, raffigurati sul mosaico del frigidarium, (foto 10) o quelle dette “dei Sette Sapienti” che dovevano essere utilizzate   prevalentemente dagli abitanti dei due grandi caseggiati contigui, forse di origine egiziana.

Foto 10 – Mosaico del frigidarium

La fine della città di Ostia non è databile con precisione, ma alle ultime fasi di vita della città, prima del suo definitivo abbandono, sono attribuibili alcuni pozzi scavati al centro delle strade, come ad esempio lungo il Decumano Massimo  e lungo la Sèmita dei Cippi, probabilmente perché l’acquedotto non era più funzionante e molti degli edifici circostanti erano già in rovina.

Gli ultimi abitanti di Ostia tornarono perciò nuovamente ad utilizzare l’acqua della falda freatica così come avevano fatto in passato coloro che per primi avevano abitato questi luoghi.

Bibliografia

Margherita Bedello Tata, Evelyne Bukowiecki e alii, Le acque e gli acquedotti nel territorio ostiense e portuense, in Melanges de l’Ecole Française de Rome 2006

C.Fea, Relazione di un viaggio ad Ostia e alla Villa di Plinio detta Laurentino, Roma 1802

  1. Pavolini, La vita Quotidiana ad Ostia, Bari 2005
  2. Pavolini, Ostia, Bari 2006

Plinio il Giovane, Lettere ai familiari, trad. Luigi Rusca, Milano 2005

Maria Antonietta Ricciardi, La civiltà dell’acqua in Ostia Antica, Voll. 1 e 2, Roma 1996

Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro I-33, a cura di Fabrizio Feraco, Bari 2017

Foto di Loretta Buonamico

 

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