EVENTI ED AZIENDE AD OSTIA LIDO, OSTIA ANTICA, ACILIA, FIUMICINO

di Tiberio Bellotti, Archeologo

La prima città fondata dai romani (Anco Marzio 620 a.C.; mura del primo castrum IV a.C.), un caposaldo all’inizio dell’espansione e poi fondamentale polo commerciale ed economico insieme a Porto. Questa è Ostia. Ma non solo… Al di fuori delle mura si estendeva un territorio molto particolare e marcatamente inciso dalle attività dei cittadini ostiensi e romani.

Facciamo, quindi, una veloce panoramica del litorale romano nell’ampio lasso di tempo che intercorre tra l’apice repubblicano ed il pieno periodo imperiale; teniamo come riferimenti indicativi Silla (138 a.C., 78 a.C.), a cui si deve il primo progetto delle mura di Ostia (posteriore alla sconfitta di Gaio Mario 86 a.C.), e Traiano (53 d.C., 117d.C.), a cui si deve il famoso bacino esagonale del sistema portuale (112 d.C.).

Oggi conosciamo bene toponimi quali Stagni o Bagnoletto, che ci danno un’immediata idea delle variazioni del nostro territorio;  descriviamo, quindi, brevemente il paesaggio del litorale nell’epoca indicata. In tutta la sua storia esso ha risentito dell’apporto del Tevere, il quale depositando detriti ha fatto avanzare la linea di costa fino al punto in cui è oggi. Tra il I secolo a.C. ed il I d.C. la spiaggia era subito fuori Porta Marina, e correva sulla linea che possiamo intuire tra la recinzione degli scavi e Torre Boacciana; verso nord proseguiva fino al Porto di Claudio e Traiano, cioè l’odierno svincolo tra Aeroporto ed Autostrada di Fiumicino, verso sud correva subito più all’interno di quella che oggi è la pineta accessibile da Viale dei Promontori ed oltre fino alla così detta Villa di Plinio.

L’immediato entroterra, sulla riva sinistra del Tevere, era caratterizzato dalla presenza di un’ampia laguna, la quale era connessa al mare da un breve canale, il cui corso sarà poi utilizzato durante la bonifica di fine ‘800 e che oggi intravvediamo nel Canale dei Pescatori. L’altro lato del fiume era, invece, caratterizzato dalla presenza delle saline, fondamentali già nel IV secolo a.C., quando per controllarle Roma conquistò l’etrusca Veio.

Il territorio ora tratteggiato è divisibile in tre macro aree, a nord troviamo Porto, con tutto il sistema logistico ed economico dei porti, sulla foce del Tevere l’area urbana di Ostia, nel tratto tra le mura cittadine ed il canale della laguna abbiamo l’area periurbana ostiense, a sud della quale, fino al Vicus Augustanus Laurentium, si sviluppa l’area laurentina. Ostia e Porto erano direttamente connesse a Roma rispettivamente dalla via Ostiense, prosecuzione diretta della via Salaria, e la via Portuense. Da porta Laurentina, invece, partiva la connessione tra Ostia e Terracina, quella via che, a seguito delle migliorie apportate dall’Imperatore Settimio Severo (146 d.C., 211 d.C.), ha preso il nome di Via Severiana (198 d.C.).

La via Severiana

La prima parte della Via Severiana correva nella fascia di terra tra la spiaggia e la laguna, dividendola in una stretta lingua di terra caratterizzata da varie ville ed un’area leggermente più ampia dedicata a coltivazione o altre piccole attività connesse allo specchio d’acqua salmastra.

Come vediamo paesaggio non è solo natura ma piuttosto il rapporto tra essa e l’uomo, il nostro ne è un chiaro esempio e tra sabbia, macchia mediterranea e laguna sorge un cosmo molto particolare, caratterizzato dalle ville.

In epoca romana villa è considerabile un concetto generico; anche qualora ci limitassimo solamente alle aree periurbane, troveremmo più generi di edifici, ognuno dei quali ha uno scopo ben preciso. Le più famose, tra cui la così detta Villa di Plinio ma anche come quelle che si trovano altrove, si pensi alle coste vicino Pompei, sono edifici patrizi, fatti da ricchi per ricchi. Ville che dovevano permettere l’otium del padrone ed i lussuosi festeggiamenti; grandi edifici sufficienti a loro stessi, raffinati e grandemente decorati.

La Villa di Plinio

Esistono, però, anche le così dette ville rustiche, cioè ville di campagna dedicate alla produzione, fattorie fatte costruire da ricchi per aumentare il fatturato della propria famiglia, ambienti lineari e poco decorati.

Unico vero punto in comune, sovente non considerato, è la frequentazione quotidiana: che fossero strutture per il lusso e l’otium o fattorie focalizzate alla produzione, erano costantemente abitate dagli schiavi, l’effettivo loro motore.

In questa sede ci concentreremo sulle meno fascinose ville rustiche, di cui un piccolo ma significativo spaccato ci giunge da un dialogo presente nel terzo libro del “De Re Rustica” di Varrone. Dei patrizi romani mettono a confronto differenti approcci imprenditoriali in ambito agricolo, mostrando innanzitutto l’attenzione a temi che siamo portati a ritenere attuali, ma che ovviamente sono sempre esistiti, quali, tra gli altri, il posizionamento di mercato ed il fatturato. Questo stralcio dell’opera di Varrone ci interessa in maniera diretta, poiché una delle ville esemplari è localizzata nell’area ostiense.

Marco Seio, amico di Cicerone e Giunio Bruto, nonché eletto edile nel 44 a.C., era anche proprietario di una villa posizionata sulla spiaggia nei pressi di Ostia, questa struttura viene descritta come non particolarmente ampia ma piuttosto remunerativa, nel dialogo, infatti, si sostiene fatturasse 50000 sesterzi annui. Un’area di certo inadatta a coltivazioni altrove diffuse quali l’ulivo e la vite, ma nei pressi di una città ricca e frequentata, almeno saltuariamente, dagli esponenti di spicco di Roma; questi sono gli elementi di base che hanno spinto Marco Seio a scegliere un posizionamento di mercato, reiterando termini attualizzanti, in una fascia elitaria.

La villa era, quindi caratterizzata soprattutto dalla produzione del miele e dall’allevamento di animali quali: cinghiali, oche, galline, piccioni, gru, pavoni, ghiri e pesci; materie prime fondamentali per quelle cene che chiameremmo luculliane.

Uno spaccato di un breve momento, uno schizzo che rappresenta la vita nel territorio subito alle spalle dell’Ostia moderna, area in cui ancora persistono rimanenze di edifici sconosciuti ai più.

È particolare notare come oggi l’area di Piana Bella sia ancora caratterizzata da ampie aree dedicate alla coltivazione ed all’allevamento di animali; la peculiarità di un paese altamente stratificato come l’Italia.

Figura 2: Immagine da satellite delle evidenze archeologiche in area Pianabella.

Ipotizzando di lasciare Viale dei Promontori per entrare in pineta ci possiamo inoltrare su uno dei tanti viottoli, che portano fino ai bordi dell’area coltivata, e percorrendo verso sud il sentiero al bordo della pineta, che grossomodo corrisponde all’antica spiaggia, arriviamo al limitare di una recinzione, al di là della quale emergono alcune evidenze archeologiche avvolte dalla vegetazione e nel passato liberamente accessibili. L’area maggiormente evidente ha un perimetro quadrangolare di circa quaranta metri per lato, all’interno della quale si individuano murature delimitanti ambienti di vario genere. Appena oltre il lato nord-ovest del perimetro oggi compare un piccolo dosso ricoperto dalla vegetazione, annotazione che non fornisce alcuna prova ma stimola la curiosità. Questi alzati visibili tra la vegetazione meriterebbero una serie di indagini molto più approfondite.

Il sito si posiziona nella prossimità della paleo spiaggia e ad un centinaio di metri dalla direttrice della via Severiana. In linea retta, proseguendo verso l’entroterra, a circa cinquecento metri troviamo delle aree, che alcune indagini archeologiche hanno definito di utilizzo agricolo (Pannuzi et al. 2012) e che si trovano nella prossimità della riva della laguna, non molto distante dall’angolo formato dall’emissione del canale.

Si vuole, quindi, riportare alla luce la vitalità e l’importanza dell’area periurbana dell’Ostia romana; territorio produttivo impostato su una arteria viaria ed ai bordi del complesso economico sviluppatosi sull’approdo di Roma, quello che tra I e II secolo d.C. diverrà il porto più importante dell’Impero. Non solo corollario di quanto già noto ma di per sé un tesoro con potenzialità anche turistiche ad oggi inesplorate. Si vuole, inoltre, riaccendere l’attenzione su tutto il quadrante comprendente la laguna, il canale, la spiaggia e la foce del Tevere, poiché non può essere sufficiente un dialogo del “De Re Rustica” ed alcune evidenze archeologiche risparmiate dall’antropizzazione e dalla vegetazione per poter certificare attribuzioni d’alcun genere o delineare quadri più precisi.

 

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